Sezione: Diritto alla bellezza

Con la partecipazione gratuita di varie artiste porteremo un po' di colore e di bellezza nelle nostre giornate, con articoli e video sulle opere più importanti della storia dell'arte dell'umanità.

Benvenuti nella nostra sezione di  empowerment, 

rivendicazione dei propri diritti e la crescita artistica.  Tutte le donne, non importa di dove vengano o a quale classe sociale appartengano, hanno il diritto alle conoscenza dell'arte. L'arte è cura per l'anima, gioia per lo spirito e bellezza da vivere.

Ringraziamo tutte le meravigliose talentuose artiste che si sono unite a questa iniziativa.

Il Tempo delle Donne

Rita Valenzuela

Violenza Psicologica: 
Come evitarla?

Violenza Psicologica: Consigli per Riconoscerla e Superarla

Come evitare di effettuare violenza psicologica su altri?

"Questa domanda è un po’ difficile ….. lei ha mai sentito qualcuno definirsi molestatore di qualcun altro?
Le persone che si comportano in modo scorretto o addirittura abusante sono in genere bravissime a trovarsi degli alibi se non addirittura a sentirsi nel pieno diritto di comportarsi così.
Penso che l’interruzione o la prevenzione di certi comportamenti possa avvenire solo ad opera di elementi terzi nel caso di situazioni pubbliche o a seguito di una presa di coscienza della vittima nei casi di molestie private." Tea Maria Cucci

Intervista alla psicoterapeuta Tea Maria Cucchi, Roma, di Rita Valenzuela

Tutti noi sappiamo facilmente riconoscere la violenza fisica ma quella psicologica?
“La violenza psicologica si declina in svariate modalità nelle diverse situazioni sociali e personali.
Esiste una violenza psicologica che potremmo definire istituzionale che si attua in ambiti sociali pubblici in situazioni di subordinazione di un soggetto ad altri. Possiamo pensare alle carceri, dove ad un condizionamento psicologico insito nella pena stessa può aggiungersi una vera e propria violenza psicologica, qualora i rappresentanti dell’autorità utilizzino il proprio ruolo per esercitare un potere personale.
Una situazione diversa, in quanto non è presente uno stato di coercizione legale, ma altrettanto grave può darsi in altri luoghi pubblici quali ospedali, scuole, asili, case di riposo, centri di accoglienza a vario titolo, dove più volte sono stati denunciati abusi del proprio ruolo da parte dei diversi operatori sociali presenti.
In tutti questi casi la violenza psicologica può essere esercitata anche da un singolo individuo su più soggetti in quanto esiste una relazione di subordinazione della vittima derivante da età, status sociale o necessità.
Quando sul piano formale i rapporti sono assolutamente paritari la violenza psicologica avviene ad opera di un gruppo verso un individuo. Sono i casi di mobbing nei posti di lavoro, bullismo nelle scuole, nonnismo nelle caserme.
Le situazioni di violenza psicologica privata si verificano all'interno della famiglia o della coppia. In questo caso parliamo di molestie morali.”

Una persona può effettuare violenza e essere anche una vittima?

Può avvenire in certi casi in cui però non parlerei di vera e propria violenza psicologica subita dai soggetti che abusano di altri. Forse sarebbe più corretto parlare di condizionamento psicologico che impedisce di contrastare un superiore o il gruppo di appartenenza.
È diverso il caso di trasmissione attraverso le generazioni di rapporti fra genitori e figli caratterizzati da eccessivo rigore, che possono realizzare infine uno stato di subordinazione psicologica. Questa però si unisce spesso ad un legame affettivo che in qualche modo la maschera. In tal modo le vittime di ieri possono identificarsi col soggetto dominante e diventare gli attori di domani.

Come riconoscere la violenza psicologica, in modo da prevenire di essere vittima?
Bisogna tenere presente che il tema della violenza in genere trova le sue radici nel tessuto culturale di una società e si sviluppa investendo aspetti sociali e politici. Ovviamente poi sul piano individuale va considerata la mediazione delle personalità coinvolte.
Le situazioni pubbliche o comunque sociali, in cui esiste una relazione di subordinazione formale o di necessità, sono rette da leggi e regolamenti e quindi è possibile combattere gli abusi sia modificando le norme se non sono sufficientemente adeguate ai fini della tutela dei soggetti più deboli, sia attraverso la supervisione degli operatori che operano sul campo.
Sul piano privato il discorso è completamente diverso in quanto spesso le molestie morali si basano su legami affettivi a forte componente nevrotica che impediscono alla vittima di ribellarsi al proprio persecutore. Alla base del legame c’è spesso una situazione di dipendenza della vittima che può essere dovuta alle più svariate situazioni personali, ma che in genere implica un deficit di autostima, presente spesso anche in persone per altri versi ben realizzate.
Dalla parte di chi molesta troviamo soggetti narcisisti e manipolatori, che riescono ad assumere il dominio della relazione proprio utilizzando una iniziale insicurezza dell’altro per diminuirne ulteriormente l’autostima.

Come guarire dei traumi sofferti al essere stato vittima?

Non esiste una sola via di guarigione. Se la violenza psicologica avviene in situazioni in cui la libertà personale è limitata, se non addirittura esclusa, la componente fondamentale del recupero non può che avere natura sociale e pubblica con il pieno riconoscimento dell’abuso subito e conseguente sanzione dell’attore.
Diverso è il caso della violenza privata in quanto la vittima nel momento in cui riconosce la sua dipendenza e la vera natura del rapporto può avere un’ulteriore diminuzione della fiducia in se stessa e talvolta si verifica anche il passaggio da una situazione di violenza psicologica ad un’altra.
In questi casi può essere molto utile un supporto psicologico attraverso una psicoterapia volta a riattivare le risorse del soggetto, spesso annichilite, e a individuare le inevitabili debolezze di ognuno per meglio gestirle attraverso una migliore conoscenza di sé. 

Marie Laure Colasson ci parla dell'opera Ragazza col turbante, anche conosciuta come Ragazza con l'orecchino di perla,, è un dipinto a Olio su tela (44,5×39 cm) di Jan Vermeer, databile al 1665-1666 circa e conservato nella Mauritshuis dell'Aia. Soprannominato talvolta la "Monna Lisa olandese", è uno dei dipinti più noti dell'artista, anche grazie a un romanzo e un film del 2003 di cui è stato oggetto.

Dentro L'opera: Con Simona Gloriani

In questo video viene analizzata un’opera di due artisti che si sono cimentati sullo stesso soggetto nel pieno del periodo Barocco.
Vedremo due tele ad olio rappresentanti ‘Giuditta e Oloferne’ realizzate da Caravaggio e da Artemisia Gentileschi. L’obiettivo è quello far comprendere non solo l’aspetto storico e artistico dell’opera ma anche quello di dare alcuni strumenti per far conoscere la tecnica pittorica.
Giuditta e Oloferne di Caravaggio (1597) fu commissionato da Ottavio Costa (un banchiere) e ora conservato a Palazzo Barberini a Roma.
Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi (1597) fu commissionato da Cosimo De Medici e ora conservato al Museo di Capodimonte a Napoli.
La storia si basa su racconti biblici e racconta la vicenda della vedova ebrea Giuditta che per salvare il  proprio popolo dalla conquista degli Assiri di Nabucodonosor seduce e poi uccide Oloferne, il loro generale.

L'ARTE  
COME CURA

 

l'ARTE COME CURA
Usare l’arte come metodo di cura è una pratica antichissima. Ed è diventata una vera e propria modalità terapeutica man mano che ci si rendeva conto quanto la mente umana sia molto più dipendente dai processi immaginativi piuttosto che da quelli verbali.
Per immagine mentale si intende una particolare forma del pensiero, che, oltre al linguaggio, è ricco di figure e di fantasie spontanee, provenienti dall’inconscio e dunque non controllabili dalla coscienza. Questo tipo di pensiero si chiama “mitologico” o non indirizzato, per distinguerlo dal pensiero indirizzato, fatto di parole, razionale e logico. E’ il pensiero scientifico per eccellenza: insegnato ai bambini fin dai primi anni di scuola, nel nostro tempo si è diffuso e ha preso il sopravvento rispetto al pensiero mitologico, usato nei tempi passati quasi esclusivamente. 
L’arte è figlia del pensiero mitologico, ed è, come dicevo, una pratica antichissima. I nostri progenitori ci hanno lasciato tracce di migliaia e migliaia di anni fa, quali le splendide pitture delle caverne. E da lì in poi troviamo reperti incredibili: tombe, statue, gioielli, palazzi. Ma anche iscrizioni, fiabe, storie e poemi, che di bocca in bocca sono arrivati fino a noi. Questo preziosissimo patrimonio, conservato e studiato, ci permette di comprendere la vita, la storia e l’organizzazione di chi è passato prima di noi. Ma, sul piano psicologico, come decifrare il materiale raccolto? Che senso possiamo dare alle scene di caccia ritrovate nelle grotte? Il pensiero indirizzato non è in grado di aiutarci più di tanto. Il pensiero mitologico, invece, è in grado di aprirci gli occhi. Basta sospendere il pensiero indirizzato, e lasciarsi trasportare dalle immagini che hanno le loro radici nell’inconscio. E’ il linguaggio simbolico che ci permette di cogliere i significati nascosti, altrimenti incomprensibili, che le cose hanno. 
Questo è il linguaggio delle fiabe, dei sogni, dei sintomi e di tutte le forme d’arte, che ci parlano attraverso metafore e simboli. Ed è per questo che ognuno ci si confronterà in maniera diversa, a seconda della propria esperienza e delle proprie necessità, cogliendo ciò che sente importante, adeguato e opportuno in quel momento specifico. La produzione simbolica sarà sempre un modo autentico, unico e personale, e, soprattutto, congruo alle proprie esigenze, per avvicinarsi al mondo interiore: ciò vale sia per chi produce e sia per chi fruisce dell’opera. Le scene di caccia rupestri nascono dalle immagini mentali dell’artista che le ha prodotte e sono le nostre emozioni il modo migliore per avvicinarci ad esse. 
Nella psicoterapia contemporanea l’ immaginazione è una parte sempre presente: ma tra le varie psicoterapie ce ne sono alcune caratterizzate dal dare “concretezza alle immagini mentali... che non rimangono allo stato mentale, ma vengono agite: disegnate, plasmate, modellate, (fotografate), recitate, mimate, drammatizzate”. Sono le Tecniche Immaginative Agite; tra queste, ne ho scelte due, che a mio avviso hanno molta attinenza con la presente mostra e le artiste che espongono le loro opere: l’Art Therapy e la Sandplay Therapy. 
L’art therapy
Le prime espressioni di arte come cura le troviamo nelle caverne dove non solo si dipingeva, ma i graffiti e i riti della danza e della musica si intrecciavano con le consuetudini sciamaniche del risanamento, come ancora avviene in molte parti del mondo.  Nel XIX secolo, l’arte, con il marchese De Sade, cominciò a entrare negli ospedali psichiatrici, con attività teatrali; quindi, nel tempo vennero introdotti il disegno, la pittura, la danza, e altro, nella convinzione che esprimersi attraverso l’arte aiutava i pazienti nel loro percorso di recupero.
Oggi l’art therapy ha molte forme, ma fondamentalmente è un chiaro esempio del “processo che dà concretizzazione alle immagini mentali; essa è immaginazione agita”. L’orientamento è psicodinamico, però il setting è analogo ad un laboratorio; si apprendono le tecniche, che permettono di esprimere meglio la propria creatività, ma senza fini estetici o commerciali: l’obiettivo da raggiungere riguarda sempre le proprie immagini interiori, quelle che emergono dall’inconscio, quelle con cui l’artista, e poi il fruitore, si dovrà confrontare. 
La Sandplay Therapy
La sandply therapy fa parte anch’essa delle tecniche immaginative agite.
Nello stesso tempo può essere inclusa, a pieno titolo, tra le terapie analitiche junghiane. Si tratta di creare dentro un contenitore rettangolare, azzurro, e ripieno di sabbia, una immagine del tutto libera. Il nome (gioco della sabbia, in italiano) ci dice già che il processo di costruzione è importante quanto il risultato finale. Si può usare l’acqua, e nella stanza sono esposte numerose miniature, da mettere liberamente nella composizione. Il risultato finale viene poi fotografato e può essere rivisto col paziente conclusa la terapia.
La SPT è una analisi molto complessa e non è questa l’occasione per soffermarsi più di tanto: quello che però ho piacere di raccontarvi è l’emozione che suscita in coloro che si avvicinano alla SPT, adulti o bambini che siano. La mia esperienza, per venti anni, è stata con pazienti gravi e notoriamente difficili, quali i tossicodipendenti, all’interno di Servizi Pubblici, a Roma e in provincia. A Roma ho istallato una “stanza della sabbia” e fin dai primi incontri era evidente l’emozione che generava. Meraviglia e curiosità. Chi entrava si stupiva e voleva saperne di più: osservava gli oggetti sugli scaffali, a volte sfiorava la sabbia. Poi, prima di andar via, mi chiedeva se poteva provare a lavorare in un posto così bello. I pazienti che hanno lavorato con la sabbia giudicavano spesso anche le loro composizioni come belle.
Certo, i significati nascosti erano molteplici: richiesta d’aiuto, gratitudine, identificazione col terapeuta e altro.
Ma la bellezza era la parola chiave che circolava, tutto era in rapporto col bello. E anche per me le loro immagini di sabbia erano bellissime.
Ma quando, un’immagine della sabbia può essere definita bella?
Me lo sono chiesto, e la mia personale risposta è che la loro bellezza non deriva dall’armonia, o dalla tecnica più o meno abile, o dal senso estetico del giocatore: la bellezza, per me, nasce dal desiderio di comunicare. E più la comunicazione verbale è difficile e più la composizione mi sembra bella, e mi emoziona la vasca che contiene lo sforzo fatto per costruire un contatto.
Ecco, io credo che oggi le belle opere esposte da queste coraggiose e determinate artiste ci facciano emozionare perché anche loro, attraverso di esse, esprimono il desiderio e la fatica di farci conoscere chi sono e cosa sono capaci di fare.
Articolo realizzato per Marcella Merlino Psicoterapeuta,  formo parte del catalogo della Mostra "LIBERVM ES", "Arte in Omaggio" alle esponenti più grandi della storia dell'arte femminile.  Curata da Rita Valenzuela, presidente dell’Associazione “Il Tempo delle Donne” 
Maggio. 2021, Roma, Italia, Galleria Arca di Noesis.